Giorno uno

Sono tornata a casa. Poco più di due ore e non ho bisogno di chiedermi come, non ho bisogno di chiedermi perché: amo i tuoi occhi.

Ma non è tutto.

Sorridi. E mi perdo nella piega dolce all’angolo del tuo labbro. Ti ascolto ed è piacevole. Per assurdo, so che fra le tue parole stai preparando un posto per me. In genere le persone ti affogano nelle discussioni, nelle chiacchiere. Vita morte e miracoli di chiunque nel tempo di un caffè. Tu no. Tu parli quanto basta e io vorrei conoscere tutto di te. E contemporaneamente non sapere nulla. Credo in questa sensazione che mi dice prendigli la mano! e come se avessi sentito allunghi la tua per chiuderla nella mia e il mio cuore si apre. Per un attimo mi chiedo se i confini ci sono davvero, quanto sono alti, di che cosa sono fatti.

Non lo sai, ma adesso ti sto seguendo con la mente. Mentre fuori le vie si inondano di buio, chiudo gli occhi e ti accompagno lungo la strada verso casa. Una casa che non conosco, ma che riesco ad immaginare fin tanto da poterne sentire gli odori. In camera mi siedo ai piedi del tuo letto e lentamente ti sdrai chiudendo le palpebre per qualche istante. Tutto resta fermo e silenzioso. Il tuo respiro, solo questo. Mi concentro così tanto fino a sparire nel tuo fiato. Non ci sono più io o tu. Non ci sono confini.

Non c’è rumore, ma il vento.

Rassicurazioni

Chiudete gli occhi.
Siete senza peso adesso e vi sollevate fino alle stelle. Non è poi così difficile, vedete?
Lasciate tutto alle spalle e prendetele quelle stelle.
Siete al sicuro da tutto ciò che è rimasto in basso, pesante.
E sopra ogni cosa è la fiducia ciò di cui avete bisogno di nuovo.
Siete lontani, ma ogni cosa qui resterà sempre ad aspettarvi. E’ casa vostra qui.

Interno

Buio.
Apro gli occhi, mi guardo intorno lentamente, una luce soffusa e calda penetra dagli spiragli degli oscuranti, il bus rumoroso fa la sua solita fermata sotto casa, le voci dei vicini oltre le pareti. Dal bagno, il ticchettio prepotente della sveglia, attira la mia attenzione: sono le 10:15. E’ tardi, ma tardi per cosa? Non ho alcun tipo di impegni. Posso prendermi il tempo per scrivere un biglietto, un disegno e lasciarlo sul tavolo, oppure perdermi pazientemente tra le pieghe di un origami e alla fine poggiarlo lì, sul mobile accanto al letto. O, ancora, alzare lo sguardo al soffitto e fissarlo per minuti. Chiudo gli occhi, li riapro. Di soprassalto mi alzo dal letto, velocemente raggiungo la finestra e la spalanco. La luce accecante del sole mi bagna il viso, il petto e le braccia tese, fino a scaldarmi tutto il corpo. I suoni della città entrano nella stanza e la fronte corrugata pian piano si distende, gli occhi strizzati per qualche istante. Poi li riapro.
Buio.

Marzo

Ti svegli una mattina di marzo, col sole in un occhio e una lacrima nell’altro. Poi il tepore di un abbraccio intorno ti fa nascere il bene dentro e sembri guarire.
Ti svegli stamattina, la pioggia che batte, il cane che pianta i suoi grandi occhi dentro i tuoi e sei guarita. Cos’è successo? La vita ti si è infilata nel letto.
Hai la forza tutta stirata per le gambe. Una tazza di tè, due biscotti al cioccolato, tre bignè, è la tua prima colazione da far schifo e in più sono le dieci, prima colazione mica tanto, se eri un’altra, ti propinavano il brunch, per dirne una. Che parola: brunch. E se negli ultimi tempi i tuoi pensieri non galleggiano ma sprofondano, dev’esserci per forza un motivo ma, oggi, non ti interessa. Oggi decidi che qualcosa ha spazzato il grigio e c’è il sole, marzo, il cielo intero, senza graffi.
La casa è piena di musica, l’ascolti forte. Forte che diventi tutta una canzone.

Tra un po’ sorridi, già sorridi.