Interno

Buio.
Apro gli occhi, mi guardo intorno lentamente, una luce soffusa e calda penetra dagli spiragli degli oscuranti, il bus rumoroso fa la sua solita fermata sotto casa, le voci dei vicini oltre le pareti. Dal bagno, il ticchettio prepotente della sveglia, attira la mia attenzione: sono le 10:15. E’ tardi, ma tardi per cosa? Non ho alcun tipo di impegni. Posso prendermi il tempo per scrivere un biglietto, un disegno e lasciarlo sul tavolo, oppure perdermi pazientemente tra le pieghe di un origami e alla fine poggiarlo lì, sul mobile accanto al letto. O, ancora, alzare lo sguardo al soffitto e fissarlo per minuti. Chiudo gli occhi, li riapro. Di soprassalto mi alzo dal letto, velocemente raggiungo la finestra e la spalanco. La luce accecante del sole mi bagna il viso, il petto e le braccia tese, fino a scaldarmi tutto il corpo. I suoni della città entrano nella stanza e la fronte corrugata pian piano si distende, gli occhi strizzati per qualche istante. Poi li riapro.
Buio.

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