Giorno uno

Sono tornata a casa. Poco più di due ore e non ho bisogno di chiedermi come, non ho bisogno di chiedermi perché: amo i tuoi occhi.

Ma non è tutto.

Sorridi. E mi perdo nella piega dolce all’angolo del tuo labbro. Ti ascolto ed è piacevole. Per assurdo, so che fra le tue parole stai preparando un posto per me. In genere le persone ti affogano nelle discussioni, nelle chiacchiere. Vita morte e miracoli di chiunque nel tempo di un caffè. Tu no. Tu parli quanto basta e io vorrei conoscere tutto di te. E contemporaneamente non sapere nulla. Credo in questa sensazione che mi dice prendigli la mano! e come se avessi sentito allunghi la tua per chiuderla nella mia e il mio cuore si apre. Per un attimo mi chiedo se i confini ci sono davvero, quanto sono alti, di che cosa sono fatti.

Non lo sai, ma adesso ti sto seguendo con la mente. Mentre fuori le vie si inondano di buio, chiudo gli occhi e ti accompagno lungo la strada verso casa. Una casa che non conosco, ma che riesco ad immaginare fin tanto da poterne sentire gli odori. In camera mi siedo ai piedi del tuo letto e lentamente ti sdrai chiudendo le palpebre per qualche istante. Tutto resta fermo e silenzioso. Il tuo respiro, solo questo. Mi concentro così tanto fino a sparire nel tuo fiato. Non ci sono più io o tu. Non ci sono confini.

Non c’è rumore, ma il vento.

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