Del dono

Ricevere regali, un tempo, ti imbarazzava parecchio. Avresti voluto dissolverti in quel momento, saresti stata più contenta. Molte erano le cose che ti facevano sentire poco a tuo agio, praticamente tutte quelle che bucavano la sfera intorno a te, come una piccola invasione – per quanto piacevole – della sfera privatissima del sentimento.
Oggi non è più così, somiglia quasi ad una biglia.
Un tempo era difficile sopportare di ricevere un regalo senza poterlo ricambiare subito. Avevi quella fastidiosa sensazione di incapacità a sostenere un debito così grande su di te.
Oggi  lasci che le piccole attenzioni ti commuovano, guardi quel dono come un semplice omaggio per il solo fatto di esistere. Ricambierai prima o poi o non lo farai affatto, non è più la cosa che principalmente importa.
C’erano regali che, per sciocco pudore, non avresti mai fatto.
Oggi scegli un dono difficile da lasciar andare, è prezioso perché contiene una parte di te. Lo trattieni con tutte le tue forze prima di offrirlo, ma nell’istante dopo già non importa più, perché il regalo vero sei tu.

M

Sentiva l’ansia di perdere. Sentiva il cuore sciogliersi nello stomaco come una pasticca dal sapore cattivo che risale in gola. Sentiva che tu scomparivi e non ti voleva lasciare. Sentiva il colore dei tuoi occhi e il tuo sorriso lontano dentro il petto. Sentiva che scomparivi e non voleva lasciarti. Sentiva qualcuno al posto suo, che ti annaffiava come una pianta fragile. Sentiva che ti dimenticavi di lei, che il suo ricordo si scioglieva. Sentiva una cosa strana ma non era amore e non era gelosia. Anzi, le era entrambe. Sentiva che stava perdendo e aveva paura. Sentiva che qualcosa, almeno qualcosa, dovesse essere comunque destinata alla salvezza, che non dovesse sparire mai. Sentiva che mollavi la presa. Sentiva che ti voleva dentro. Sentiva che ti voleva subito.

Less is more

Rando è un’App. Rando è poesia. Rando mi innamora.
Premi un tasto rosso e la foto è fatta, poi puoi decidere se inviarla nell’etere. A chi? Questo non puoi sceglierlo, quella foto raggiungerà una sola persona nel mondo, e sarà casuale. Quella persona riceverà un istante della tua vita, in cambio tu riceverai quello di qualcun altro. Così, random.
Nessuno saprà mai chi sei, l’unica cosa che è dato sapere è la provenienza generica.
Nessuno può lasciare commenti, taggare, accendere cuori o pollici verso l’alto, contattare. Nulla. Solo guardare l’immagine. Hai solo quella e niente ti può condizionare.
A volte si ricevono foto inutili, scattate per la curiosità di vedere come funziona, altre raccontano cose interessanti.
Se si utilizza Rando non si ha intenzione di scattare una foto compiacente, il discorso estetico è lontano. Semplicemente si vuole solo fare una foto. E’ il cosa, non il come ad essere importante qui.
L’inquadratura poi la contraddistingue: è tonda. Scatti un cerchio e qualcosa è al centro dell’attenzione. Il resto viene escluso perché non necessario, e questo spesso è un bene. C’è qualcosa che rimanda allo spioncino, quindi è come se, guardando quell’immagine, si sbirciasse un momento di vita altra vagamente misterioso. Sei portato a chiederti cos’altro ci sia intorno, inevitabilmente.
Non rientra per forza nel discorso social e di questi tempi è qualcosa di insolito. E’ un dialogare unilaterale ed anonimo. Una roba strana.
Non si mira ad uno scopo qui perché non ottieni follower, feedback o che. E’ puramente un’ immagine.
Come in tutte le cose, dipende da come le si fa.
Tutto è pieno di possibili letture e più scatti e più ti rendi conto che quello che tu stesso vuoi dire, cambia di volta in volta. Allora scatti ancora e ricevi e ti dai il tempo che occorre ad osservare l’immagine che compare. Non uno sguardo superficiale.
Ha qualcosa di analogico questa Rando, io la associo ad una vecchia cassetta delle lettere. A parte un tasto colorato e dei pallini che avvisano l’arrivo delle foto, non ha altro. Nessun orpello. Eppure ciò che deve arriva.

In un modo

La metro sta arrivando, la vedo. Cerco di affrettarmi più che posso, per quel che posso, viste le condizioni della mia caviglia.
Ce la faccio. Borsa in spalla, trolley fra le gambe, gente tanta. Resto in piedi, di fronte la porta d’entrata, cercando di mantenere l’equilibrio. Mancano poche fermate prima che io scenda, quando sale un tipo con una folta barba e una t-shirt a righe rosse e bianche. Mi sembra diffidente o forse è timido o forse tutt’e due. Ha comunque un’aria circospetta. Mancano due fermate alla mia discesa. Lui mi dà le spalle poi tira fuori dalla tasca dei jeans un cellulare di troppi anni fa su cui inizia a muovere le dita, digitando parole verso un mittente che non so. Manca una fermata, ora. Riesco a leggere sul display:“Ogni coppia oggi sta insieme in un modo”. Poi arriva il momento di scendere ma non riesco a finire di leggere il messaggio e lui non lo rivedrò mai più.
Penso che per tutta la vita mi chiederò quale fosse questo modo delle coppie di stare insieme, in questo giorno di giugno.

Vicenda lagnosa che insegna

Ecco, dopo trentatré anni passati nella presunta incolumità fisica, mi sono storta la caviglia sinistra. Qualche settimana prima, è stata infortunata la destra, c’è da dire. Ho pensato di essere immune? Ci ho pensato, lo ammetto.
Ho creduto pure fosse una cosa da poco conto e invece sono qui che aspetto. Insomma, sono da aggiungere, tristezza, sbuffi, piantini interiori, molestie diffuse al genere umano, consigli da parti disparate, ma anche amorevoli impacchi freddi e caldi.
Dondolando il caviglione, mi sono detta Cara amica hai una certa età, scavalcare recinzioni da olio cuore come una sedicenne sì, ma presta attenzione! E ho pensato pure a come questo fattaccio mi sta insegnando delle cose e, quindi, come tale, ha una sua validità.
E allora mi rendo conto che correre non è che mi fa sentire solo meglio e mi fa bene, ma proprio ne traggo piacere. Ora, non mi mancano tanto le endorfine o la stanchezza, ma proprio quella sensazione di saltellare a lungo e sudare e respirare forte e poi farcela, diversa da tutte le altre sensazioni belle o sportive.
Scopro, poi, di avere questa pazienza che non credevo facesse parte di me, perché devo stare ferma o non se ne esce. Un po’ come scoprire che c’è un altro cassetto in quell’armadio che ho aperto ogni giorno, senza però mai vederlo, senza mai rovistarci dentro. Fino ad oggi.
Però non mi si dica Stai ferma per un mese, ma solo furbissimi Domani vediamo, e oplà il mese è già passato. Insomma, in questo tempo di pausa forzata, sto imparando un sacco di cose: a fare la fasciatura e abbellirla pure, per esempio, con un fiocco rosso. Cose così.